26 febbraio 2015

Hippy me

Per l'anima hippy che custodisco ecco un'altra chicca, stava nascosta tra le pagine primordiali di Flickr. Otto anni fa. Certo una vita. Ma ero già io. Bè, detto questo... buon quasi weekend a tutti.


Ancora non avevo neppure deciso di diventare un'illustratrice, ma ricordo che il germe dell'idea c'era già.

25 febbraio 2015

In principio era la chimica

Ho ritrovato alcune cosette del passato, di quando cominciavo a covare l'idea di diventare illustratrice, da chimica che ero. Cosa bizzarra, lo so pure io, certe scelte le fai a vent'anni, mica a quaranta, e infatti mi guardavano come un animaletto un po' strano. Fortuna che la testa dura non mi manca. Ecco qui. Piccolo esperimentino per provare materiali. Graffito su colori a cera (i Neocolor II Caran d'Ache, appena comprati, mi ricordo). Fatto e poi nascosto. Primi tentativi di una ricerca di stile che oggi mi farebbero sorridere, non fosse che lì dietro già si rintanava tanto di quel travaglio, neanche lo sto a dire.
Ora lo so. Fa tutto parte della definizione di sé, del trovare la propria strada giusta dopo aver fatto tanti passi su quella sbagliata. Ma allora credevo fosse solo smania d'arte. 


   

22 febbraio 2015

A BrilleRock... Steven Wilson

Angoletto BrilleRock. Pubblicata su Rock-Impressions la mia recensione dell'ultimo disco di Steven Wilson, Hand.Cannot.EraseQui il link alla pagina del sito. 
Giorni di intontimento da full immersion nell'arte di questo straordinario personaggio che fa musica perché ama la musica. E la ama libera. Tanto che per non assoggettarsi alle bastarde regole del mercato se la produce da solo. Bravo Steven. Ci piaci un sacco. 
Qui sotto il testo della recensione, vi venisse voglia di curiosare.   
   



STEVEN WILSON - Hand. Cannot. Erase.
KScope
Genere: Post Modern Prog
Support: CD - 2015


Brilla alta la stella di Steven Wilson, l’instancabile alfiere del prog contemporaneo che a ogni colpo riesce a superare se stesso senza ricopiarsi mai. Raffinati e complessi i suoi lavori, tutti oscuri, di sapore gotico. Hand.Cannot.Erase. è il titolo del suo quarto lavoro solista. L’immagine di copertina è inquietante, questo viso di donna in grigio sporcato da spatolate di indaco e carminio. Per la realizzazione del disco, così com’è stato nei due precedenti, Steven si è avvalso della collaborazione di cinque pezzi da novanta, ormai la band è collaudatissima. Ritroviamo infatti Nick Beggs al basso, Guthrie Govan alla chitarra, Adam Holzman alle tastiere, Marco Minnemann alla batteria e Theo Travis ai fiati. In aggiunta stavolta figura nel gruppo anche una donna, la pop singer israeliana Nina Tayeb. L’album ha la struttura del concept e se da un lato si smorzano un poco gli accenti dark, dall’altro si percepisce più forte la vena introspettiva che già faceva capolino in The Raven That Refused To Sing. Steven si è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, risalente al 2001, la storia di una giovane donna inglese, Joyce Vincent, morta nel suo appartamento di Londra senza che nessuno, nemmeno la sua famiglia o i suoi amici, si fosse accorto della sua assenza per ben tre anni.
L’approccio alla composizione è meno jazzistico che in The Raven, infatti sono relativamente poche le parti scritte per il sax, ma Travis, pur suonando di meno, lascia comunque il segno. È inoltre meno prog del precedente, benché non manchino passaggi destinati a far saltare per aria gli amanti del genere. Decisamente generoso l’uso dell’elettronica, qui più che in passato, almeno per quanto riguarda il Wilson “solista”. In definitiva il disco può ancora intendersi un’opera prog, ma i mezzi usati per realizzarlo sono più moderni e in più di un’occasione il gruppo ha strizzato l’occhio al pop. Commistioni del genere, quando sono ben calibrate come in questo caso, rendono il sound d’insieme molto ricco e il nostro al riguardo si è sempre dimostrato un vero asso.
Le tracce contenute sono undici. In apertura troviamo “First Regret”, una breve introduzione costruita su un riff di piano che apre la via, senza stacco, alla traccia successiva, “3 Years Older”. Questo è il primo assaggio prog del lavoro. Il sound è poderoso, a tratti aggressivo, e i cambi di ritmo si susseguono come da migliore tradizione. Beggs e Minnemann in grande spolvero, insieme fanno faville. Nella parte centrale, dove inizia il cantato di Steven, il brano tira il fiato e prende tinte floydiane. Stupendi i passaggi di coro sullo sfondo, il richiamo al progressive classico è forte, un poco mi ricorda le parti corali in Cold Rain di Crosby, Stills & Nash o quelle, magnifiche, in Nothing At All dei Gentle Giant. Diversi gli angoli di alta scuola via via che il pezzo matura, i musicisti sono dei mostri, nulla da dire, l’affiatamento è notevole, non c’è una nota fuori posto. E il pezzo è obiettivamente molto bello. Segue la title track dell’album, “Hand Cannot Erase”, brano pop dalla struttura semplice ma efficace, che per questo risulta il più immediato tra tutti. Infatti una volta entrato in testa non esce più. Il successivo è “Perfect Life”. Gran bel pezzo raffinato dal potere ipnotico, dove risuonano inaspettati gli echi del trip hop, e non a caso viene da pensare ai Portishead o agli Archive. L’intro è un loop di batteria su tappeto elettronico ed è per lo più narrato. La voce di Nina gronda desolazione come se piovesse, e il testo è sofferto da spaccare il cuore. Incantevole il passaggio verso la fine, qui a cantare è Steven, e non c’è che un’unica frase, We have got the perfect life, ripetuta più e più volte a costruire un crescendo che fila come una macchina da guerra, spiazzante nella sua ricercata semplicità. Davvero bello. “Routine” è la quinta traccia e con questa torniamo a parlare di progressive. Qui Nina e Steven si alternano al cantato e il brano si spiega mutando aspetto di continuo. La strumentazione è ora delicata ora vigorosa, e il tutto ha un incedere epico, sembrano diverse canzoni in una. Nel mezzo un breve interludio cantato da un bambino, piccola chicca da progghettari che aggiunge suggestione all’insieme. A seguire le tracce “Home Invasion” e “Regret #9”, fuse assieme in un altro lungo brano strumentale dal sound squisitamente heavy prog. L’attacco è poderoso, ricorda certi passaggi “cattivi” dell’album precedente, ma anche i Porcupine Tree dei primordi, ed è forse qui che i musicisti danno il massimo. Stupendi gli assoli di Holzman e Govan in “Regret #9”. Se amate il rock, occhio al brivido, stavolta viene di sicuro. Con “Transciense” i toni si fanno più dolci. Il brano richiama le atmosfere soffici ed intimiste di “In Absentia” (che Steven si stia ricordando dei Porcospini?) e probabilmente è proprio in questa semplicità che sta la sua bellezza. A seguire è “Ancestral”, la suite dell’album, un brano potente e oscuro, di costruzione seriamente progressive. Trascinanti certe tirate verso la seconda parte del pezzo, questo è metallo puro, e il finale è da cardiopalma. Per finire “Happy Returns/Ascendant”, una ballad dolce che a dispetto del dramma di cui parla chiude splendidamente l’album con accenti decisamente meno oscuri che in precedenza, quasi a lasciare una porticina aperta alla speranza. Per apprezzare in pieno la bellezza di questo album occorre ascoltarlo più volte, è un lavoro innegabilmente complesso, diverso da ogni altro Wilson abbia mai creato finora. Di sicuro è quello che la personalità più definita, un vero caleidoscopio  di stili fatto in tutta libertà per puro amore della musica. Per questo va assaporato come si gustano le cose buone, ad occhi chiusi. Capolavoro. LM  
    

18 febbraio 2015

Ça ira

Tentata la via della pubblicazione "vera", ossia per le vie canoniche dell'editoria, torno al self publishing senza però patire il minimo senso di inferiorità nei confronti di altri autori. Ci ho provato. Stava andando bene, molto bene credo, ma i compromessi sono diventati di colpo troppo grandi. Mi sono tirata fuori a un passo dal coronamento del sogno. Ho fatto male? No. Io non penso.
La battaglia inizia oggi.
Ve la annuncio qui. Sono in guerra.
Contro i vincoli dell'editoria per i quali se sei un esordiente sei fregato, effettivo valore a parte. Da esordiente non puoi presentare manoscritti corposi perché te li cestinano senza neppure aprirli, oppure, come è successo al mio che comunque pare piaccia molto, ti propongono il dimezzamento del testo più altri graziosi interventi tipo la trasformazione in noir o l'aggiunta di dettagli al peperoncino.
Questo succede nelle case editrici serie, diciamo così. Poi ci sono altri signori che pubblicano a pagamento. Anche questi si definiscono case editrici, ma sono per lo più dei furbacchioni. Ne ho conosciuti cinque, so di che cosa parlo. Alcuni ti chiedono anche la cessione dei diritti sull'opera. Storia vecchia. Per contro questi tizi non fanno molte storie sulla lunghezza del testo o sul contenuto, gli va bene pure un tomone di ventimila pagine sulle elucubrazioni notturne di un ornitorinco insonne, tanto te lo paghi tu a suon di bei soldini e se non vendi loro di certo non ci rimettono. Colpa tua che sei un inetto e non sai sfruttare le occasioni. Qui hanno sempre qualche esempio da farti di loro autori bravi che riescono a dar via tutti i libri e perfino guadagnarci su. Mi chiedo come. Si metteranno col banchetto fuori della chiesa? E chi lo sa. Uno dei cinque mi ha detto che l'autore deve darsi da fare, mica può dormire in piedi. Sta scritto nel contratto, ecco qua, nero su bianco. Il contratto di pubblicazione. Questo fantasmagorico capolavoro d'arte raggiratoria.
La crisi, dicono.
Ma quanto c'entra per davvero la crisi in tutto ciò? Io non lo so.
Credo piuttosto che siamo malati di vuoto spinto. 
Sono certa di non aver scritto il capolavoro del millennio, scrivere non è il mio mestiere. E nemmeno qualcosa senza il quale la cultura mondiale resterebbe nuda. Ma è comunque un buon romanzo, posso dirlo senza peccare di immodestia, è piaciuto a molti.
poi è il mio romanzo. Questo il succo della storia. Un figlio.
Ci ho messo trent'anni a fargli le ali.
Non permetterò a nessuno di portargliele via.



5 febbraio 2015

Tempo brutto

Ripreso un vecchio schizzo di qualche anno fa, dei tempi dell'accademia di illustrazione, e rinverdito con del colore e qualche passata di china.  
Tempo brutto qua, piove sempre sempre. Le strade si allagano, i reumatismi impazzano e gli alberi non ci capiscono niente. Intanto il Tevere viene su che pare uno strano drago giallo. Ma un po' di neve no eh? 


3 febbraio 2015

Al lavoro, e stavolta sul serio

Oggi sul mio cavalletto c'è questo. Limoni e turchese, work in progress. Comincio una serie di tele da portare in mostra, ancora non so né dove né quando. Fedeli compagni di viaggio (piccola pubblicità come dono di riconoscenza) i pennelli a setole piatte Da Vinci, gli acrilici Heavy Body Liquitex, gli Artists Winsor&Newton e i Brera Maimeri. Più qualche tocco di china e di pastello. Cose molto belle. La foto è ignobile, lo so, non  mi menate, si perde tutta la texture (che ho fatto usando finalmente i miei acrilici spray casalinghi), ma quando il quadro sarà finito mi armerò di reflex e provvederò. Promesso. Intanto zitti zitti che qua si fa sul serio.
Buon martedì!  

Non ho una foto migliore di questa. I colori non sono fedeli. Fate per favore un bello sforzo di fantasia. C'è molto meno verde e più blu. Ma non sono riuscita a sistemarli neppure con Photoshop. 

1 febbraio 2015

A BrilleRock... gli Anglagard: Hybris

Per l'angoletto rock di oggi, la recensione di Hybris, primo disco degli svedesi Änglagård. Rock progressive dell'era della rinascita. Siamo ai primi anni Novanta. Il gruppo viene fuori come un distillato prog di rara eleganza. E sono subito brividi.
La recensione è pubblicata su Rock-Impressions. Questo il link alla pagina. 


ÄNGLAGÅRD
Hybris
1992
Mellotronen
 Vengono dalla lontana Scandinavia gli Änglagård, gruppo di rock progressivo svedese che ha visto la luce a Stoccolma nel 1991 da una felice idea di Tord Lindman e Johan Högberg, rispettivamente chitarrista e bassista. Al loro annuncio avevano risposto Thomas Johnson, tastierista, e Jonas Engdegård, altro chitarrista, seguiti in seconda battuta dal batterista Mattias Ollson, ancora nemmeno maggiorenne, e in ultimo dalla flautista Anna Holmgren. Formato il gruppo decisero poi di chiamarlo Änglagård, che in svedese significa “giardino degli angeli”. Evidente la matrice settantiana nella loro musica. Fin dagli esordi la band si è ispirata a mostri sacri del calibro di King Crimson, Van der Graaf Generator, Gentle Giant, Yes e Jethro Tull, infatti c’è chi dice che i loro lavori si inseriscano meglio tra i grandi album prog degli anni Settanta piuttosto che in panorami più attuali, eppure, grazie anche alla bravura dei musicisti e alla azzeccata combinazione di vintage e contemporaneo, il suono sa essere personalissimo, un misto di folk e di dark che dà del prog “classico” una rilettura nuova, comunque diversa, e soprattutto straordinariamente riconoscibile. Hybris, uscito nel 1992, è il loro album di debutto, un’opera possente, articolata in quattro lunghi brani dai passaggi trascinanti e complessi, dalla strumentazione ampia, quasi orchestrale, con flauti, organi, mellotron, percussioni. Alla composizione hanno partecipato tutti e sei i musicisti. I testi, in lingua madre, sono opera di Lindman.
Apre il disco l’immensa Jordrök, undici minuti di incanto da ascoltare in religioso silenzio.  Brano poderoso e affascinante, di straordinaria potenza espressiva. E forse non è un caso se in svedese Jordrök significa “fumo dalla terra”. Fin dalle prime note è chiaro che qui non si scherza, questi sei sanno davvero il fatto loro. A dare l’avvio è il piano in una introduzione che subito cattura, spiazzante nella sua raffinata semplicità. Il pezzo incede poi alternando vortici impetuosi a larghe aperture, intermezzi corali a passaggi strumentali dove la maestria dei nostri emerge indiscutibile. L’atmosfera è a tratti inquietante, imprevedibili i cambi di ritmo. Strumento cardine del brano è l’organo e le sonorità, in bilico tra classico e sperimentale, sono un distillato di rock progressivo. Questo brano è una perla. Satura di toni scuri la lunga traccia che segue, Vandringar i vilsenhet, dove echeggiano forti  i richiami ai primi Crimson, quelli di I Talk To The Wind, per intenderci. Il mood progressivo è notevole. Apre le danze il flauto di Anna Holmgren, cesello da sogno di andersoniana memoria, in un’overture dai toni tristi dove l’organo fin quasi da subito insinua spine di sapore gotico. La voce di Tord ha tinte cortesi che ben si adattano all’insieme e non stona affatto che canti in svedese. Superbo il lavoro di batteria, per essere un ragazzino Mattias ha già mestiere da vendere. La cadenza è ora raccolta ora incalzante, organo e mellotron danno al pezzo un cuore strepitoso da alta scuola prog. Bello l’incedere buio nel finale, sublime crescendo a passo di marcia.
Nella terza traccia, Ifrån klarhet till klarhet, dopo una brevissima introduzione a motivo circense che sembra messa lì per trarre in inganno, ecco uno schiaffo prog da paura, la sezione ritmica qui dà fondo alla santa barbara, non ce n’è per nessuno. Splendida l’apertura a un terzo dall’inizio, ponte lieve e meditativo che richiama alla mente i Gentle Giant di Nothing At All. Brilla su ogni nota il tocco inconfondibile del sestetto svedese. Ecco infine Kung Bore, Re Inverno, ultimo squisito tassello di un’opera che lascia il segno. L’avvio è acustico e toglie il fiato, chitarre classiche, un piano, i panorami che vengono fuori sono di una raffinatezza senza pari, poi però il brano esplode e si trasforma in un caleidoscopio impressionante. Sfrenati i cambi di ritmo, si va dalla ballata alle corse spiritate, dalle danze medievali alle aggressioni elettriche. Le contrapposizioni di stile sono ardite eppure niente sembra fuori posto. C’è di tutto, qui, poco da dire. C’è la classica, il rock, perfino del jazz, e tutto è mescolato con grande bravura. Brano da capogiro.

Recentemente ristampato, questo disco è stato a lungo introvabile, una vera chicca da collezionisti. La copertina è stupendamente all’altezza, questa figura enigmatica di sole in odore di tarocchi, difficile pensarne una più adatta a incorniciare un’opera di livello così alto. A questo punto non c’è molto da aggiungere. Da amante del prog, a quelli come me che ancora non lo conoscessero direi che conoscerlo è un imperativo, meglio correre ai ripari il più presto possibile, gli Änglagård sono una realtà di quelle grosse, non si può scappare. A tutti gli altri lo consiglierei senza tante parole. Si sta parlando di un capolavoro. LM