18 febbraio 2015

Ça ira

Tentata la via della pubblicazione "vera", ossia per le vie canoniche dell'editoria, torno al self publishing senza però patire il minimo senso di inferiorità nei confronti di altri autori. Ci ho provato. Stava andando bene, molto bene credo, ma i compromessi sono diventati di colpo troppo grandi. Mi sono tirata fuori a un passo dal coronamento del sogno. Ho fatto male? No. Io non penso.
La battaglia inizia oggi.
Ve la annuncio qui. Sono in guerra.
Contro i vincoli dell'editoria per i quali se sei un esordiente sei fregato, effettivo valore a parte. Da esordiente non puoi presentare manoscritti corposi perché te li cestinano senza neppure aprirli, oppure, come è successo al mio che comunque pare piaccia molto, ti propongono il dimezzamento del testo più altri graziosi interventi tipo la trasformazione in noir o l'aggiunta di dettagli al peperoncino.
Questo succede nelle case editrici serie, diciamo così. Poi ci sono altri signori che pubblicano a pagamento. Anche questi si definiscono case editrici, ma sono per lo più dei furbacchioni. Ne ho conosciuti cinque, so di che cosa parlo. Alcuni ti chiedono anche la cessione dei diritti sull'opera. Storia vecchia. Per contro questi tizi non fanno molte storie sulla lunghezza del testo o sul contenuto, gli va bene pure un tomone di ventimila pagine sulle elucubrazioni notturne di un ornitorinco insonne, tanto te lo paghi tu a suon di bei soldini e se non vendi loro di certo non ci rimettono. Colpa tua che sei un inetto e non sai sfruttare le occasioni. Qui hanno sempre qualche esempio da farti di loro autori bravi che riescono a dar via tutti i libri e perfino guadagnarci su. Mi chiedo come. Si metteranno col banchetto fuori della chiesa? E chi lo sa. Uno dei cinque mi ha detto che l'autore deve darsi da fare, mica può dormire in piedi. Sta scritto nel contratto, ecco qua, nero su bianco. Il contratto di pubblicazione. Questo fantasmagorico capolavoro d'arte raggiratoria.
La crisi, dicono.
Ma quanto c'entra per davvero la crisi in tutto ciò? Io non lo so.
Credo piuttosto che siamo malati di vuoto spinto. 
Sono certa di non aver scritto il capolavoro del millennio, scrivere non è il mio mestiere. E nemmeno qualcosa senza il quale la cultura mondiale resterebbe nuda. Ma è comunque un buon romanzo, posso dirlo senza peccare di immodestia, è piaciuto a molti.
poi è il mio romanzo. Questo il succo della storia. Un figlio.
Ci ho messo trent'anni a fargli le ali.
Non permetterò a nessuno di portargliele via.



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