1 febbraio 2015

A BrilleRock... gli Anglagard: Hybris

Per l'angoletto rock di oggi, la recensione di Hybris, primo disco degli svedesi Änglagård. Rock progressive dell'era della rinascita. Siamo ai primi anni Novanta. Il gruppo viene fuori come un distillato prog di rara eleganza. E sono subito brividi.
La recensione è pubblicata su Rock-Impressions. Questo il link alla pagina. 


ÄNGLAGÅRD
Hybris
1992
Mellotronen
 Vengono dalla lontana Scandinavia gli Änglagård, gruppo di rock progressivo svedese che ha visto la luce a Stoccolma nel 1991 da una felice idea di Tord Lindman e Johan Högberg, rispettivamente chitarrista e bassista. Al loro annuncio avevano risposto Thomas Johnson, tastierista, e Jonas Engdegård, altro chitarrista, seguiti in seconda battuta dal batterista Mattias Ollson, ancora nemmeno maggiorenne, e in ultimo dalla flautista Anna Holmgren. Formato il gruppo decisero poi di chiamarlo Änglagård, che in svedese significa “giardino degli angeli”. Evidente la matrice settantiana nella loro musica. Fin dagli esordi la band si è ispirata a mostri sacri del calibro di King Crimson, Van der Graaf Generator, Gentle Giant, Yes e Jethro Tull, infatti c’è chi dice che i loro lavori si inseriscano meglio tra i grandi album prog degli anni Settanta piuttosto che in panorami più attuali, eppure, grazie anche alla bravura dei musicisti e alla azzeccata combinazione di vintage e contemporaneo, il suono sa essere personalissimo, un misto di folk e di dark che dà del prog “classico” una rilettura nuova, comunque diversa, e soprattutto straordinariamente riconoscibile. Hybris, uscito nel 1992, è il loro album di debutto, un’opera possente, articolata in quattro lunghi brani dai passaggi trascinanti e complessi, dalla strumentazione ampia, quasi orchestrale, con flauti, organi, mellotron, percussioni. Alla composizione hanno partecipato tutti e sei i musicisti. I testi, in lingua madre, sono opera di Lindman.
Apre il disco l’immensa Jordrök, undici minuti di incanto da ascoltare in religioso silenzio.  Brano poderoso e affascinante, di straordinaria potenza espressiva. E forse non è un caso se in svedese Jordrök significa “fumo dalla terra”. Fin dalle prime note è chiaro che qui non si scherza, questi sei sanno davvero il fatto loro. A dare l’avvio è il piano in una introduzione che subito cattura, spiazzante nella sua raffinata semplicità. Il pezzo incede poi alternando vortici impetuosi a larghe aperture, intermezzi corali a passaggi strumentali dove la maestria dei nostri emerge indiscutibile. L’atmosfera è a tratti inquietante, imprevedibili i cambi di ritmo. Strumento cardine del brano è l’organo e le sonorità, in bilico tra classico e sperimentale, sono un distillato di rock progressivo. Questo brano è una perla. Satura di toni scuri la lunga traccia che segue, Vandringar i vilsenhet, dove echeggiano forti  i richiami ai primi Crimson, quelli di I Talk To The Wind, per intenderci. Il mood progressivo è notevole. Apre le danze il flauto di Anna Holmgren, cesello da sogno di andersoniana memoria, in un’overture dai toni tristi dove l’organo fin quasi da subito insinua spine di sapore gotico. La voce di Tord ha tinte cortesi che ben si adattano all’insieme e non stona affatto che canti in svedese. Superbo il lavoro di batteria, per essere un ragazzino Mattias ha già mestiere da vendere. La cadenza è ora raccolta ora incalzante, organo e mellotron danno al pezzo un cuore strepitoso da alta scuola prog. Bello l’incedere buio nel finale, sublime crescendo a passo di marcia.
Nella terza traccia, Ifrån klarhet till klarhet, dopo una brevissima introduzione a motivo circense che sembra messa lì per trarre in inganno, ecco uno schiaffo prog da paura, la sezione ritmica qui dà fondo alla santa barbara, non ce n’è per nessuno. Splendida l’apertura a un terzo dall’inizio, ponte lieve e meditativo che richiama alla mente i Gentle Giant di Nothing At All. Brilla su ogni nota il tocco inconfondibile del sestetto svedese. Ecco infine Kung Bore, Re Inverno, ultimo squisito tassello di un’opera che lascia il segno. L’avvio è acustico e toglie il fiato, chitarre classiche, un piano, i panorami che vengono fuori sono di una raffinatezza senza pari, poi però il brano esplode e si trasforma in un caleidoscopio impressionante. Sfrenati i cambi di ritmo, si va dalla ballata alle corse spiritate, dalle danze medievali alle aggressioni elettriche. Le contrapposizioni di stile sono ardite eppure niente sembra fuori posto. C’è di tutto, qui, poco da dire. C’è la classica, il rock, perfino del jazz, e tutto è mescolato con grande bravura. Brano da capogiro.

Recentemente ristampato, questo disco è stato a lungo introvabile, una vera chicca da collezionisti. La copertina è stupendamente all’altezza, questa figura enigmatica di sole in odore di tarocchi, difficile pensarne una più adatta a incorniciare un’opera di livello così alto. A questo punto non c’è molto da aggiungere. Da amante del prog, a quelli come me che ancora non lo conoscessero direi che conoscerlo è un imperativo, meglio correre ai ripari il più presto possibile, gli Änglagård sono una realtà di quelle grosse, non si può scappare. A tutti gli altri lo consiglierei senza tante parole. Si sta parlando di un capolavoro. LM

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